Cosa può imparare Renzi dal caso Ferrari. Marino che stai a fa’?

6 AGO 20
Immagine di Cosa può imparare Renzi dal caso Ferrari. Marino che stai a fa’?
Al direttore - Ricordava pochi giorni fa, a proposito dell’ipotesi di trasferimento della sede legale di Ferrari in Olanda – assolutamente legittima, ma simbolicamente grave per il paese anche per la notorietà di chi si trasferirebbe, il più grande brand italiano nel mondo – un mio intervento sul Foglio ai tempi del governo Letta, dove si chiedeva di varare senza indugi una serie di norme pro business per cercare di evitare la fuga dall’Italia dei centri direzionali delle nostre imprese (gli headquarter). La competizione internazionale, anche fiscale e legale, è sempre di più competizione tra sistemi-paese e perdere la testa delle imprese è molto grave. Basta pensare che gli Stati Uniti hanno introdotto in questi mesi norme – toste anche nella comunicazione – contro il trasferimento della sede fuori dagli Stati Uniti dei loro headquarter. L’Amministrazione americana sa benissimo che quando se ne va la testa delle aziende prima o poi si perdono lavori qualificati, capacità di attrarre talenti e quindi gettito prospettico. Nel pezzo citato sopra veniva auspicata l’approvazione in tempi rapidissimi di un pacchetto di norme per tentare di metterci sulla stessa lunghezza d’onda dei paesi che vogliono attrarre ricchezza. Si indicavano tre priorità; mercato del lavoro; riforma fiscale; abbassamento delle tasse grazie a una riforma della Pubblica amministrazione. Come giudicare l’operato del governo Renzi usando questa griglia di valutazione? Sul mercato del lavoro è stato fatto il Jobs Act. Tutto è sempre migliorabile, ma la riforma che è stata firmata ieri dal presidente Mattarella non è poca cosa, né per le imprese, né per chi cerca un lavoro. Bene. Sul rendere più attraente l’attività degli headquarter qui in Italia il bicchiere è mezzo vuoto. Ci sono stati alcuni interventi positivi (come la norma sulla tassazione dei marchi e brevetti il cd. patent box), ma non si vede ancora un disegno complessivo in grado di rendere la nostra legislazione competitiva. Si deve cambiare prospettiva e mettere al centro la crescita prospettica delle imprese e non il gettito a breve e bisogna modernizzare, rafforzare e razionalizzare la macchina fiscale dello stato e garantire un contesto chiaro e certo a chi fa impresa. Speriamo che, anche grazie all’approvazione della delega fiscale nei prossimi mesi, il governo dia quella svolta pro business che gli investitori si aspettano. Quello su cui – invece – si stenta di più a vedere un disegno coerente è il sempre più necessario abbassamento delle imposte, specie sul lavoro, grazie a un ripensamento radicale e intelligente della macchina pubblica. Per poter competere e crescere le aziende devono pagare meno tasse e hanno bisogno di confrontarsi con un’amministrazione pubblica affidabile, responsabile (anche degli errori), pagata bene (la logica anticasta è veleno), ma efficiente e snella. Non bisogna perdere più tempo; euro debole, petrolio a prezzi di sconto, bassa inflazione e denaro a pioggia (ovvero il Qe), sono condizioni favorevoli irripetibili per riformare il fisco e l’amministrazione pubblica. Questa l’unica ricetta per tornare a competere e crescere.
Andrea Tavecchio
Il rapporto tra i governi e i giganti della auto è da sempre, e non solo in Italia, il termometro giusto per capire il riformismo di un governo. In Germania, il grande piano di rilancio industriale di Schröder prese il nome dal capo del personale della Volkswagen Hartz. Oggi, a mio parere, nel rapporto con i governi Marchionne sta giocando un ruolo simile e lo abbiamo scritto più volte su questo giornale. Ma di fronte a una fuga, seppur legittima, della testa della Fiat dall’Italia, chi governa l’Italia non può fischiettare, deve marzullianamente farsi alcune domande e darsi alcune risposte. E a me sembra che il governo queste domande non se le voglia fare.
Al direttore - Il sindaco Ignazio Marino accanto a indiscutibili manifestazioni di volontà di cambiamento ha commesso molte ingenuità e molti errori. Due di questi errori rischiano però non solo di offuscare ma di rendere impossibile ogni reale e profondo cambiamento nella amministrazione, di cui la Capitale ha urgente necessità e grande bisogno. Il primo, ormai irrimediabile, è stato l’allontanamento della dottoressa Morgante, che all’inizio del suo mandato aveva voluto all’assessorato al Bilancio chiamandola dalla Corte dei Conti. Lo ha fatto dando ascolto e privilegiando le pressioni e le richieste di alcuni irresponsabili assessori della spesa. A questa scelta si aggiunge ora la minacciata rottura con il consigliere Radicale Riccardo Magi che ha l’unico torto di aver sempre sostenuto con lealtà ma anche con efficacia e con intransigenza un drastico mutamento delle scelte e dei sistemi politici e amministrativi che una città ai limiti del default non è più in grado di sostenere e lo ha fatto da molto prima che scoppiasse lo scandalo di “Mafia Capitale”. Mi auguro che il sindaco voglia ripensarci e che sappia distinguere gli amici che lo sostengono parlando il duro linguaggio della verità da coloro che intendono proseguire in una politica di gestione del potere che non ha più risorse da sperperare. Ma soprattutto mi auguro che sappia cogliere in quanto è accaduto e accade una opportunità di cambiare definitivamente pagina nell’interesse dei cittadini, del rinnovamento della politica e anche del suo partito.
Gianfranco Spadaccia
Marino ma che stai a fa’?
Al direttore - Al massimo, si traccheggia. Politici che abbiano il coraggio di prendere di petto la questione giustizia, a parte gli eroici Radicali, in Italia non se ne vedono. Eppure lo sanno tutti di quali e quante anomalie soffra il sistema, che in chiaroscuro diventa elenco di riforme indispensabili: separazione delle carriere, attribuzione delle linee di indirizzo delle politiche di contrasto alla criminalità al Parlamento con conseguente eliminazione della (presunta e ridicola) obbligatorietà dell’azione penale; abolizione degli automatismi nella progressione delle carriere; attribuzione a organo terzo delle valutazioni sulla produttività e sulla disciplina dei magistrati; riforma del Csm con eliminazione del sistema elettorale correntizio; divieto assoluto di divulgazione di materiali istruttori prima del processo, ivi comprese naturalmente le intercettazioni telefoniche; responsabilità civile per danni arrecati con dolo e colpa. In sede di diritto sostanziale, seria depenalizzazione dei reati minori e riduzione degli spazi di discrezionalità nella interpretazione delle fattispecie penali. Dove si arresti (si fa per dire, in questo caso) l’onda riformista del governo in materia non pare difficile scorgere: alle battute preliminari, con ampie concessioni al partito dei giudici. Eppure la questione è spessa e fa il paio con la scarsa cultura della legge vigente in Italia: siamo un paese arretrato anche e in misura significativa per il rischio giustizia, nel senso di arbitrarietà dei comportamenti degli organi repressivi e scarsa efficacia dei mezzi di difesa. Alto tasso di sputtanabilità senza la possibilità di vedersi risarcito l’eventuale danno economico e reputazionale. Questo, oltre a un enorme problema di scarsa “giustizia giusta” in sé, è un ostacolo di non poco conto per la competitività del nostro paese, come sa chiunque viva e produca in Italia. E il tutto, sia chiaro, senza che la cultura delle regole e del diritto faccia un solo millimetro in avanti, ché semmai arretra fino a sprofondare nel far west. Dove anche gli sceriffi, talvolta, sparano agli innocenti. Sì, è uno scontro di civiltà giuridica. Dove uno solo dei due contendenti è armato.
Max Migliore
Grazie. Ne abbiamo scritto ieri e il tema ci pare centrale. Oggi, di seguito alle lettere, un po’ di interventi gustosi sul tema.